La casa del glicine

Ogni volta che passava di là Lorena si estasiava, soffermandosi a lungo ad ammirare quella vecchia villa.

Dal cancello ricco di intarsi e fregi riusciva ad intravedere un ampio viale incoronato dal glicine che cresceva rigoglioso per tutto il percorso fino allo splendido portico colonnato, presumibilmente di stile neoclassico.

Immaginava dovesse appartenere ai primi del Novecento e, giù al paese le avevano detto che in passato era stata oggetto di grande frequentazione della “gente bene” dell’epoca visto i numerosi ricevimenti che venivano dati.

Sapeva che attualmente ci viveva l’unico erede rimasto insieme a sua moglie ma a Lorena non era mai capitato di vedere nessuno se non a volte, il giardiniere.

Pensò a quanto sarebbe stata felice di viverci, nella “casa del glicine” – così lei la chiamava – anzichè nel monolocale che aveva preso  in affitto giù al paese, quando era stata chiamata a sostituire una collega in maternità nel piccolo ufficio postale.

Che diverse realtà ! – pensava sorridendo, scacciando via quella punta di invidia nei confronti della donna che ci abitava – e, accelerando il passo, andava via un pochino a malincuore, sollevando il viso quasi ad annusare l’aria che tutt’attorno, profumava di glicine.

Le vite degli altri sono sempre più belle delle nostre…

Marella sedeva all’ombra del loggiato nel giardino interno della villa.

Il viso spento, la mente altrove.

Cosa l’aveva condotta lì, in quella vecchia casa senza amore.

Quella casa che era diventata per lei una prigione.

Come ogni giorno le arrivava addosso la nostalgia del non vissuto, quell’essere diventata vecchia a sua insaputa.

Restava lì a chiedersi il perché delle cose, e non aveva mai risposta.

Era primavera, tutt’attorno esplodevano i colori, fluttuavano i profumi, era la continuità della vita.

Il suo sguardo seguì la danza di una farfalla che si posava ora sulle rose, ora sui gelsomini, ed ebbe pena per lei,

per

            la sua breve vita , per le sue splendide piccole  ali che a breve si sarebbero fermate.

Lui avrebbe voluto un figlio.

Un figlio maschio.

Quello che avrebbe portato avanti il nome dei Varsi.

Com’era stato che una sciocchezza così non si fosse realizzata?

Sei una mezza donna, le aveva detto una sera.

Con quella voce severa che le aveva trafitto l’anima.

Non c’erano impedimenti al parlare, non lo si faceva più e basta, come fosse ritenuto inutile.

Inutili gli sguardi.

Inutile l’eventualità di potere cambiare le cose, tra loro, come un barlume di verità sovrastata dall’indifferenza del tutto.

Salì stancamente le scale, raggiunse la sua camera.

Aveva comunicato alla governante di avere un forte mal di testa, stasera non avrebbe cenato.

Socchiuse gli occhi e subito li sentì.

Quei passi.

I suoi passi.

Come rintocchi a lutto di una chiesa di campagna.

Ecco, si fanno più vicini, ora li sente fin dentro le  tempie.

A breve le sue grosse mani si sarebbero poggiate sulla maniglia della porta e avrebbero indugiato sul suo corpo.

Chiuse gli occhi.

Tra un po’ sarebbe stato tutto finito.

Per questa, ennesima volta.

 

 

 

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7 thoughts on “La casa del glicine

  1. La vita degli altri e inevitabilmente diversa dal racconto che noi abbiamo costruito intorno a un dettaglio.
    E molto spesso oggi con i social è diversa ed è come la vorrebbero gli stessi protagonisti.
    Questo tuo racconto mia cara è davvero molto triste e angoscioso colpisce il desiderio di maternità e la dignità di essere donna…
    Sherabbraccicari 💙💚🖤

    Liked by 1 persona

    1. …Marella si è convinta che quella sia l’unica possibilità di vita, conosce solo quella, non soffre nemmeno più,
      si lascia vivere con l’assurda consapevolezza che quella sia l’unica punizione che le spetta per non avere “adempiuto”
      appieno al suo compito di donna…non è capace di vivere in modo diverso…ma questa è solo una storia 🙂
      Abbracci cari anche a te, cara Shera !

      Mi piace

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