Un giorno come un altro

Attraversava piano la strada grande del paese, gli anni l’avevano appesantita e doveva stare bene attenta a dove poggiava i suoi piedi. Trascinava a fatica un grande carrello da spesa, straripante di abiti e quant’altro potesse contenere. Robetta da poter vendere al mercatino in città. Aveva sulle spalle uno zainetto con su scritte una miriadi di frasi carine con cuoricini rosa che contenevano nomi di amori adolescenziali e frasi di un tempo che non poteva esserle appartenuto. Vestiva di grigio, così come grigio era il suo viso, come grigi erano i suoi capelli, la sua pelle, i suoi occhi.
La corriera per la città partiva alle otto del mattino. Agnese arrivava alla fermata con il suo fardello di vita che le gravava addosso come un macigno.
Era stata bella, mille vite fa.
A volte lo ricordava.

Agnese e Frank
” I love you , my love itagliano, Aignissi” – le diceva ridendo, racchiudendola tra le sue braccia.

Era l’estate del 1960. Una splendida estate. Frank arrivò nel suo gruppo di amici con la sua travolgente felicità.
Era bellissimo. E scelse lei. “ I love you , my love itagliano, Aignissi” – le diceva ridendo, racchiudendola tra le sue braccia.
Italiano ! – Agnese !” – lo correggeva ridendo lei, quasi per finta, perché in fondo amava sentirlo parlare con quel suo accento straniero che lo rendeva – se fosse stato possibile – ancora più bello.

Seduta su un anonimo sedile della corriera guardava davanti a sé, senza vedere.
Per tutta la sua vita aveva ” guardato” e non “visto”. Aveva “accettato” e non “scelto”.
Si era lasciata vivere da un’altra Agnese.

Lei, Frank, l’aveva amato davvero.
Anche quando andò via, per non tornare mai più, una sera di settembre, sul finire di quella pazza estate che l’aveva stordita di felicità e inondata d’amore.

Ecco, questa era la sua fermata.
Cominciò a disporre le sue povere cose su un tappetino bisunto che mise all’angolo della strada, sul marciapiede, addossandosi al muro.
Vecchi abiti fuori moda, scarpe consumate, jeans sbiaditi e sdruciti, miseri golf infeltriti. Scarti di vita altrui sgusciate da corpi senza nome che raccattava dove capitava o che le regalava qualcuno, conoscendola.
Lei prendeva quelle povere cose, mugugnando qualcosa che potesse assomigliare ad un “grazie”, con il viso chino e le labbra serrate, senza sorriso.
Si sedette su un piccolo sgabello che riusciva a contenerla solo in parte, sovrapponendo le sue mani sulle gambe.
Aspettava.
Per tutta la vita aveva aspettato.
Qualcosa o qualcuno.
Di tanto in tanto le persone che passavano si sporgevano a guardare la sua merce per poi andare via veloci.
A lei non importava.
Questa era la sua vita, ora.
Il “mal di vita” lo chiamava lei.
Un giorno dopo l’altro, dopo l’altro, dopo l’altro.

Correva felice sulla scogliera, a volte sfuggendogli, a volte facendosi prendere.
Rotolavano sull’erba e poi sfiniti stavano abbracciati per ore, silenziosi e assorti a guardare il cielo colorarsi di rosso. Agnese era certa di avere ricevuto tutto, dalla vita. Non voleva nulla di più.
Frank si alzò e cominciò a mimare il volo di un airone solitario cadendo e rialzandosi veloce, ridendo.
Lei lo guardava, incantata da quel ragazzone biondo che rendeva tutto bellissimo.
Anche uno stupidissimo gioco da bambini addosso a lui era magico.
La risata le si fermò in gola quando vide che non si rialzava più.
“Aignissi, my love….my heart….” Frank diceva piano.
” Non spaventarmi, amore mio…non parlare….non voglio ascoltarti”.
Lui se ne andò così, una sera di settembre, sul finire di una pazza estate del 1960.

un giorno come un'altro
Si sedette su un piccolo sgabello …

Era ormai sera.

Agnese ripose con cura come ogni volta le cose che non aveva venduto.
E ogni volta quelle borse erano più pesanti.
Lei era così stanca, così stanca, così stanca….
Si trascinò sulla strada, verso la fermata della corriera che l’avrebbe riportata al paese,
con la sua solitudine, in balia di se stessa, con una desolata tristezza nel cuore e un senso di appartenenza a nessun luogo.

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